ESTORSIONI A TAPPETO, ANCORA POCHE LE DENUNCE | Confcommercio - Imprese per l'Italia - Palermo
Giovedì 23 Novembre 2017
Rassegna Stampa

ESTORSIONI A TAPPETO, ANCORA POCHE LE DENUNCE

Nella maggior parte dei casi la violenza e i danneggiamenti non sono stati necessari, è bastata la classica richiesta di «mettersi a posto», di fare un «regalo» o di versare un «contributo per i carcerati» perché commercianti ed imprenditori della città, di Bagheria, Villabate, Santa Flavia, Casteldaccia e Bolognetta mettessero mano alla tasca e pagassero il pizzo: piccole somme mensili, tra i 150 e i 200 euro, oppure dai 500 ai 750 euro, ma soltanto a Natale e a Pasqua, o ancora il tradizionale 3%, ovvero dai mille ai 30 mila euro...

WWW.GIORNALEDISICILIA.IT  Palermo, 17/12/2015

Nella maggior parte dei casi la violenza e i danneggiamenti non sono stati necessari, è bastata la classica richiesta di «mettersi a posto», di fare un «regalo» o di versare un «contributo per i carcerati» perché commercianti ed imprenditori della città, di Bagheria, Villabate, Santa Flavia, Casteldaccia e Bolognetta mettessero mano alla tasca e pagassero il pizzo: piccole somme mensili, tra i 150 e i 200 euro, oppure dai 500 ai 750 euro, ma soltanto a Natale e a Pasqua, o ancora il tradizionale 3%, ovvero dai mille ai 30 mila euro. Alcuni hanno calato la testa davanti agli uomini di Cosa nostra anche per 7 anni, altri per qualche anno, altri ancora una sola volta. Sono ben 27 le estorsioni contestate a 19 dei fermati nell'ambito dell'operazione dei carabinieri «Panta Rei», 18 delle quali consumate e 9 solo tentate. Effettivamente, sul fronte del pizzo, come emerge dalle indagini coordinate dall'aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti Francesca Mazzocco, Caterina Malagoli e Sergio Demontis, tutto scorreva, proprio come nella filosofia di Eraclito: soltanto in 4 - tra cui un romeno - hanno infatti deciso di denunciare spontaneamente il taglieggiamento patito. Gli altri l'hanno ammesso solo di fronte alle prove raccolte dagli inquirenti e per non rischiare una denuncia per favoreggiamento. L'elenco delle attività sottoposte al pizzo è lungo, ma alcune spiccano perché particolarmente note. Tra quelli che sarebbero stati costretti a pagare c'è un lido balneare di Isola delle Femmine, ma anche due noti pub che si trovano nel cuore della movida cittadina, ai Candelai e in via La Lumia, una trattoria di Borgo Vecchio e una ditta che si occupa di vendita all'ingrosso di detersivi, con più punti vendita a Villabate. Boss e gregari dei clan di Porta Nuova e di Bagheria non si sarebbero lasciati scappare appalti pubblici e lavori edili di un certo rilievo: una tangente del 3% sull'importo di quasi un milione e 400 mila euro sarebbe stata richiesta al consorzio messinese che ha effettuato la ristrutturazione di uno dei più importanti licei cittadini, il Vittorio Emanuele III (l'episodio è contestato a Paolo Calcagno, Salvatore David e Francesco Bertolino). Così come sarebbero state chiesti 30 mila euro (con rate mensili da 2.500 euro) ad una ditta impegnata nella raccolta dei rifiuti a Bagheria, nonché una somma imprecisata ad altre due aziende operanti nello stesso settore (per questo sono indagati Pasquale Di Salvo e Carmelo D'Amico). Infine 10 mila euro la messa a posto pretesa da Salvatore Scardina da una ditta che si occupava della fornitura dell'acqua a Santa Flavia. Gli indagati non avrebbero disdegnato neppure le attività più piccole, come una ferramenta di via Bontà, due rivendite di tabacchi, in via Crispi e in via Principe di Scordia e una rivendita di pneumatici e un negozio di bevande di piazza della Pace. Anche una pasticceria di via La Masa sarebbe stata costretta a versare 200 euro al mese dal 2008 al luglio scorso a Giuseppe Tantillo. Al titolare era stata danneggiata anche l'auto e un giorno aveva trovato la colla nei lucchetti della sua attività. Poi gli sarebbe stato spiegato che questi spiacevoli episodi si sarebbero verificati perché non aveva «versato i soldi ai carcerati». Tantillo avrebbe incassato anche 200 euro mensili («un regalo per i carcerati»), dal 2011, da una trattoria di via Dello Spezio, 150 (dal 2008) da un tabaccaio, nonché 500 euro a Pasqua e Natale da un'altra rivendita di tabacchi e 150, sempre per le festività, dal noto pub di via La Lumia. Diversi i cantieri edili taglieggiati: una ditta che stava eseguendo una ristrutturazione al Capo avrebbe dovuto versare mille euro a Ludovico Scorato, così come un imprenditore edile impegnato a Ficarazzi (che si era rifiutato di pagare), 5 mila euro sarebbero stati chiesti poi per una ristrutturazione a Bagheria da D'Amico, Di Salvo e da Andrea Militello. Questi ultimi due avrebbero preteso anche 100 mila euro da un altro imprenditore edile di Bagheria, ma invano. Giampiero Pitarresi, a nome del clan di Villabate, avrebbe intascato 30 mila euro in più soluzioni da una ditta che stava costruendo degli appartamenti, mentre Massimiliano Restivo avrebbe preteso soldi a più riprese (una volta a nome della famiglia di Caccamo e un'altra a nome di quella di Trabia) da una ditta di calcestruzzi di Casteldaccia. Tra i pochi imprenditori che hanno denunciato c'è anche un romeno, titolare di una ditta edile, che vive da qualche anno in città. Quando Francesco Paolo Desio e Calcagno gli avrebbero chiesto «un regalo» non avrebbe neppure capito a cosa si riferissero. Come ha raccontato ai carabinieri, si è opposto, anche litigando pesantemente, alla richiesta degli estorsori di versare 1.500 per una ristrutturazione al Capo. L'uomo ha anche denunciato che nel 2012, quando era titolare con un suo connazionale di un pub ai Candelai, Alfredo Geraci, avrebbe preteso 2 mila euro, diventati poi 200 «per continuare a gestire il locale». Anche in questo caso la richiesta di pizzo sarebbe andata a vuoto, perché il romeno si era rifiutato di pagare.